PER OGNI DONNA CHE SUBISCE UNA VIOLENZA C’È UN UOMO CHE LA AGISCE. INIZIA DAL CAM DI FIRENZE IL NOSTRO VIAGGIO NEI CENTRI PER GLI UOMINI CHE PICCHIANO LE DONNE

 

di Sabrina Carreras

 

Rossano Bisciglia è uno psicologo e uno psicoterapeuta. E soprattutto è uno dei fondatori del CAM, acronimo di “Centro Ascolto uomini Maltrattanti”, la prima associazione che in Italia si è occupata rispondere a una domanda che molte donne fanno quando arrivano a un centro antiviolenza: perché non si fa nulla per intervenire sul vero problema e cioè sull’uomo che mi ha ridotta così?

Quando si parla di violenza di genere infatti il primo pensiero va, e giustamente, alle vittime e cioè alle donne. Per loro esiste in Italia una rete di associazioni, centri di ascolto e case rifugio che svolgono un compito preziosissimo: mettere le donne in sicurezza. Il CAM invece si occupa dell’altra faccia della medaglia: gli autori. In dieci anni di attività, celebrati lo scorso novembre, il CAM ha aperto cinque sedi e preso in carico più di 800 uomini autori di comportamenti violenti.

 

In Italia di centri che si occupano degli uomini maltrattanti non ce ne sono molti. Perché avete deciso di occuparvi di questo fenomeno?

Tutto è nato nel 2006, quando inizio il mio tirocinio post laurea presso il centro antiviolenza Artemisia di Firenze. Proprio allora era arrivata anche in Italia la campagna del “Fiocco Bianco”, la più vasta azione di sensibilizzazione sui femminicidi portata avanti non solo dalle donne ma anche dagli uomini.

Era nata in Canada, nel 1991, a seguito di un tragico fatto di cronaca che vide l’uccisione di 14 ragazze nella facoltà di ingegneria di Montreal per mano di uno squilibrato che volle in questo modo riaffermare il predominio maschile in alcuni campi del sapere. Fu allora che un gruppo di intellettuali, tra cui Michael Kaufman, iniziò a fare pressione sulla società civile per chiedere agli uomini di prendere una posizione contro la violenza sulle donne.

 

In effetti quando si parla di femminicidio c’è un grosso equivoco: non è un problema “delle” donne. Ma “per” le donne.

L’idea della campagna era proprio questa: è vero che non tutti gli uomini agiscono violenza, però il fatto di rimanere in silenzio ci rende tutti partecipi. Perché il silenzio significa minimizzare, tollerare, giustificare. Per questo si chiese allora agli uomini di farsi parte attivo contro la violenza sulle donne e di indossare pubblicamente, il giorno della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un fiocco bianco.

 

Il progetto #facciamogli uomini ha come simbolo un narciso giallo.

Secondo me ha un significato importante perché se io indosso un simbolo e lo faccio pubblicamente qualcosa dentro di me scatta a livello di assunzione di responsabilità.

 

La violenza contro le donne però non è fatta solo di femminicidi. Quella è la punta dell’iceberg. E l’iceberg è composto da forme più subdole di controllo, di aggressioni, di prevaricazioni.

Per questo agire sul comportamento degli uomini che hanno comportamenti violenti è prevenzione. Anzitutto perché la violenza è fatta da due attori: chi la subisce e chi la agisce. L’obiettivo dei nostri programmi psicoeducativi è quello di interrompere la violenza e iniziare a mettere in discussione le modalità controllanti degli uomini nei confronti della donna. Nel caso poi la coppia dovesse separarsi, nulla vieta all’uomo di riproporre le stesse modalità violente con altre donne, e quindi anche in questo caso il nostro lavoro diventa necessario.  Senza contare poi tutto il tema della genitorialità.

 

Riconoscere, accettare e reagire alla violenza però non è semplice e non è automatico.  Nemmeno per le vittime.  Figuriamoci per gli autori della violenza. Cosa spinge gli uomini a rivolgersi al vostro centro?

Gli uomini che abbiamo in trattamento possono essere divisi in due macroaree. La prima è quella degli uomini che si rivolgono a noi di propria iniziativa, perché la loro compagna è scappata, o perché ha preannunciato di interrompere la relazione, oppure perché loro stessi si sono resi conto di aver oltrepassato dei limiti, di essere andati oltre la soglia di ciò che per loro percepiscono come violenza.  La seconda macroarea invece sono gli uomini che arrivano su consiglio dei servizi sociali, delle forze dell’ordine, dei magistrati o degli avvocati.

 

In questo caso c’è un obbligo che impone agli uomini di seguire i vostri programmi?

Nel caso di invii da parte dei servizi sociali o da parte del giudice cade la volontarietà e sono obbligati a seguire il percorso. In ogni caso noi chiediamo però che l’uomo partecipi in maniera attiva fin dall’inizio: è necessario che sia l‘uomo a chiamarci in prima persona. E’ uno step imprescindibile per noi, perché rappresenta una prima assunzione di responsabilità.

 

Ma è possibile che la partecipazione ai vostri programmi venga sfruttata, ad esempio durante un processo, per ottenere delle attenuanti?

L’aspetto fondamentale che caratterizza il CAM è che qualsiasi nostro intervento ha sempre come obiettivo la tutela della vittima. Per questo abbiamo scelto di adottare due prassi: la prima è che non rilasciamo relazioni scritte sui risultati raggiunti dai nostri assistiti, che altrimenti potrebbero essere utilizzate in maniera strumentale e non opportuna. La seconda è che accettiamo di prendere in carico l’uomo solo se ci autorizza a contattare la sua partner, perché in questo modo possiamo assicurarci che la donna sia in sicurezza o che abbia tutti gli strumenti necessari per mettersi in sicurezza.

 

Una volta ottenuta questa autorizzazione in cosa consiste la vostra attività?

Dopo aver preso contatto con la partner iniziamo a lavorare con l’uomo. Si inizia con quattro o cinque incontri individuali dove cerchiamo di valutare cosa sta dentro la sua richiesta di aiuto e quindi la sua motivazione, l’assunzione di responsabilità, la consapevolezza del comportamento violento e i fattori di rischio.  Quando termina questo ciclo iniziale l’uomo viene inserito in un gruppo psicoeducativo a cadenza settimanale che dura circa 8 mesi. In questo gruppo cerchiamo di mettere le basi, come se fosse una scuola elementare delle emozioni e dell’educazione ai sentimenti. Alla fine di questo ciclo si inizia invece un programma più terapeutico in senso stretto.

 

Si tratta quindi di un percorso lungo, che supera la durata di un anno?

C’è bisogno di tempo per cambiare dei comportamenti o delle abitudini. E c’è bisogno di andare in profondità. Per questo è importante la discussione e il confronto. Perché solo così possono venire a galla vissuti e pensieri. E poi c’è un terzo gruppo in cui si lavora sugli aspetti specifici della genitorialità. Questo è un aspetto importante che tengo a sottolineare. Perché la genitorialità è un aspetto motivazionale molto forte per questi uomini. Spesso ci dicono di essere degli ottimi padri. Quello che cerchiamo di far comprendere è che non si può essere un buon padre senza essere un buon compagno, perché se non sei un buon compagno non permetti alla madre di prendersi cura e di soddisfare i bisogni del figlio. E’ come fare una doppia violenza.

 

Si lavora sempre in gruppo?

La letteratura scientifica è concorde che in questi casi il gruppo è uno strumento più efficace dell’intervento singolo, almeno per tre ragioni. Primo, se mi confronto con persone che hanno il mio stesso problema, mi sentirò più predisposto ad ammettere di avere anche io quel problema. Secondo mi sentirò più predisposto ad ascoltare un mio pari piuttosto che un estraneo che si erge a maestrino. Terzo, visto che mi confronto con persone che agiscono come me starò più attento a non dire bugie. Infine c’è un elemento da non sottovalutare nei nostri gruppi: vengono sempre condotti contemporaneamente da uno psicologo e da una psicologa. E questa co-conduzione ci consente di presentare un modello di relazione tra generi sano, con un’equa distribuzione dei compiti e soprattutto basato sul rispetto reciproco.

 

E funziona?

Si lavora tantissimo sulla recidiva. E infatti già nei primi sei otto mesi riscontriamo un decremento considerevole della violenza fisica. Per quella psicologica invece ci vuole molto più tempo, perché è più complessa da arginare.

 

La parte più difficile immagino sia la presa di coscienza. Spesso la reazione più comune di fronte alla violenza è quella di minimizzare o di trovare delle giustificazioni.

Quello che io noto è che noi uomini abbiamo una difficoltà a tollerare quello spazio di frustrazione che c’è tra il problema e la soluzione del problema. Quello che voglio dire è che da un certo punto di vista la violenza è per un uomo come il junk food: è gratificante ed immediata. Perché dà all’uomo la possibilità di risolvere il problema senza fare fatica, senza una gestione del conflitto, senza comunicazione, senza scambio, ma solo utilizzando la forza fisica per prevalere.  E questo è l’aspetto più psicologico della questione ma poi c’è anche una componente sociale che ha che fare con quello che ci viene insegnato, su come io devo essere uomo. Viviamo in una società dove la violenza maschile è tollerata se non addirittura normalizzata.

 

Secondo Lei in altre parole per gli uomini e per l’identità maschile esistono degli stereotipi che vanno decostruiti?

Certamente! Le faccio un esempio. Tra le attività del CAM rientrano anche iniziative di sensibilizzazione al tema della parità di genere nelle scuole.

Normalmente la prima cosa che faccio quando entro in classe è chiedere: cosa succede se una vostra compagna va male a una interrogazione e piange? Succede che il gruppo classe la accoglie e la consola. Se invece è un maschietto a piangere succede che viene preso in giro. Ma in qualche modo il ragazzo deve gestire l’emozione negativa che sta provando. Se sfoga questa emozione negativa dando un pugno alla porta, dimostra al gruppo classe che è forte. E così si vanno a rinforzare tutta una serie di meccanismi che vengono poi imitati e protratti nel tempo. Se infatti quel ragazzo proverà in una relazione affettiva quella stessa emozione negativa di frustrazione, fragilità o fallimento la probabilità che la gestirà come ha gestito l’interrogazione a scuola è molto alta.

Se vogliamo interrompere questo circolo della violenza dobbiamo anche iniziare dare una nuova definizione di cosa significa essere uomini, di assegnare alla virilità un nuovo significato.

 

E in questa nuova definizione dell’identità maschile e di una nuova uguaglianza tra uomini e donne lo sport che ruolo gioca?

Cruciale. Pensate alla fascia di età dell’adolescenza. Per i ragazzi e le ragazze che frequentano squadre sportive spesso l’allenatore o l’allenatrice sono ascoltati più dei genitori! Ricordo che in occasione della prima campagna del Fiocco Bianco, qui in Toscana, avevamo fatto un percorso di sensibilizzazione per e con gli allenatori delle squadre di rugby e di calcio. Fu un’esperienza davvero preziosa, che sarebbe bello replicare.

 

 

 

https://www.centrouominimaltrattanti.org/

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/uomini_violenti_al_cam_di_firenze_accolti_800_in_dieci_anni

https://www.whiteribbon.ca/

https://michaelkaufman.com/