Intervista a Luisa Pogliana, Presidente di Donne senza guscio

“Una società con forti diseguaglianze genera sempre violenza”

 

di Sabrina Carreras

 

Luisa Pogliana è come la sua voce: energica.

Per 26 anni, dal 1980 al 2006, è stata Direttore Ricerche e Studi Mercato in uno dei più grandi gruppi editoriali italiani e poi per altri dieci anni ha lavorato sempre in posizioni di vertice in 18 paesi e 4 continenti.  La sua storia è quella di una donna che ha conquistato incarichi dirigenziali fino ad allora prevalentemente maschili.

Oggi è la presidente dell’associazione “Donne senza guscio” un vero e proprio laboratorio di donne manager per condividere e promuovere esperienze innovative di management.

 

“Donne senza guscio” è anche il titolo del suo primo libro dedicato al rapporto delle donne col potere.  Perché avete deciso di chiamarvi così?

perché le donne in questo momento sono come i granchi quando cambiano il guscio e restano in attesa che ne cresca uno nuovo, più adatto alla sua crescita. In quella fase “molle” di cambiamento sono più vulnerabili. Ma una volta superato saranno più forti. Ecco credo che le donne hanno buttato i vecchi gusci del modello maschile di potere e stanno costruendo una nuova identità.

 

C’è una differenza tra la visione maschile e quella femminile del potere?

La parola potere non ha un significato univoco. Storicamente è stato interpretato dagli uomini come uno strumento di forza e di affermazione di sé, come un sinonimo di comando e di dominio. A cosa ha dato vita? A un modello di organizzazione aziendale verticistica basata sulle gerarchie, sul controllo e sulla competizione. Tutte le prassi messe in campo dalle donne che ricoprono ruoli decisionali invece si basano sulla collaborazione, su una responsabilità diffusa e sulla valorizzazione dei singoli per raggiungere un obiettivo comune. L’azienda cresce se crescono le persone.

 

E funziona?

Certo! Tutto quello che abbiamo scritto e documentato con la nostra associazione in questi anni si basano non su teorie e modelli astratti, ma su prassi consolidate con tanto di risultati misurabili. Le porto l’esempio di una manager di un grossissimo gruppo assicurativo. In tutta la storia dell’azienda c’erano state solo due donne a ricoprire un ruolo dirigenziale come il suo. Ma anche per Lei è arrivato il momento di scegliere: figli o carriera? Convinta che maternità e professione non fossero necessariamente alternative ha deciso di ristrutturare l’organizzazione del lavoro e passare da un modello verticistico ad uno più orizzontale: in sostanza ha messo il suo gruppo di lavoro in condizione di poter lavorare in autonomia puntando sulle potenzialità di ogni suo collaboratore e sulla loro responsabilizzazione collettiva e di gruppo. Ci vuole coraggio per fare questo: primo perché questa innovazione richiede  molto lavoro di formazione del personale e secondo perché c’è il rischio di sperimentare una prassi non collaudata. Invece i risultati sono stati così positivi che al rientro della maternità le sue responsabilità sono state ampliate e il suo modello organizzativo è stato adottato dall’azienda stessa.

 

Ma allora se le donne hanno tutte le qualità per essere dei buoni leader perché le top manager in Italia sono ancora così poche? Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat l’Italia è agli ultimi posti della classifica europea per il numero di donne in posizioni dirigenziali.

Rispetto a quando sono entrata io nel mondo delle aziende oggi ci sono tante donne nel middle management e nei ruoli dirigenziali. Ma la discriminazione l’avverti man mano che sali: quando si tratta di ruoli di potere le donne si contano sulle punta delle dita di una mano.

Nei livelli alti le donne sono amate se stanno in ruoli di staff, dove fanno il lavoro che serve agli altri. Ma il discorso non vale solo per le aziende. Basta pensare alla Fase 2 del Covid: c’è voluto l’appello di 16 senatrici per ottenere un riequilibrio della presenza femminile nelle task force governative per ridisegnare l’Italia dopo l’’emergenza.

 

Ma come è possibile che ancora nel 2020 occorra ricordare l’importanza di una rappresentanza di genere equilibrata?

È possibile perché le élite tendono a riprodursi uguali a se stesse. Il ricambio nei posti di potere cioè non avviene per merito ma per cooptazione. E dato che le élite sono ancora tutte composte da uomini, questi tenderanno a scegliere i loro simili.

Del resto è stato lo stesso capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, a spiegare che i membri del comitato tecnico scientifico della task force governativa vengono individuati in base alla carica. E non essendoci cariche di tale livello ricoperte da donne, non c’era nessuna donna da poter includere. In questo Borrelli dimentica che quei ruoli gli uomini se li prendono lo stesso a prescindere dal valore di molte donne che non viene riconosciuto.

 

Trova un legame tra questa diseguaglianza nelle leadership e la violenza sulle donne?

Una società con forti diseguaglianze genera sempre violenza. I femminicidi sono la punta dell’icerberg di una cultura ancora patriarcale e misogina che considera le donne come proprietà degli uomini e di cui gli uomini decidono il destino.

Basta dare uno sguardo alle storie dei femminicidi: attraversano tutte le sfere sociali. Non sono figlie del degrado. E hanno un elemento in comune: sono storie di donne forti, che vengono uccise quando decidono di ribellarsi. Di riprendersi in mano la loro vita, di riprendersi la loro libertà.

 

Come fare per cambiare le regole del gioco?

Non c’è una risposta facile e valida per tutti. Ma credo che la chiave sia la consapevolezza. E per questo è importante stabilire relazioni con altre donne, alimentare reti femminili che scarseggiano sempre e che spesso sono denigrati nelle aziende a differenza di quelli maschili. E credo che questo lavoro di consapevolezza lo debbano fare anche gli uomini. Una società pretende dall’uomo di essere sempre vincente, di affermarsi sul lavoro, di fare carriera e tenere distinta la vita familiare ed affettiva da quella professionale alla fine è una gabbia che pesa su tutti.

 

E in questa nuova definizione dell’identità maschile e di una nuova uguaglianza tra uomini e donne lo sport che ruolo gioca?

Importante. Anche perché per molto tempo lo sport è stato un settore prevalentemente maschile. Un messaggio da uomo a uomo che parte da questo mondo può quindi essere più ascoltato.