Shiva Amini, da Teharan a Chiavari alla ricerca di un futuro.

Di Bianca Maria Mettifogo

 

Sono Shiva, ho 30 anni e vivo a Chiavari. In Iran ho lasciato la mia famiglia, gli amici, il mio cane. In Iran ho lasciato la vita che mi ero costruita faticosamente. Perché essere donne, in Iran, è faticoso. Lo dice anche Masih Alinejad, giornalista, attivista, che vive in esilio tra Londra e New York “Essere donna in Iran è una battaglia continua. Devi lottare ogni giorno per affermare diritti basilari”.

È da un po’ che non racconto la mia storia, la gente a volte non ascolta, scrive cose diverse da quelle che dico, preferisco non espormi se questo è il rischio.

Oggi però ho deciso di condividere un pezzo della mia vita, di dare un messaggio di speranza e di forza.

In Iran giocavo a calcio: per 12 anni ho militato in Super League, la Serie A. Non è stata una scelta facile. Le bambine non dovrebbero giocare a calcio ma io avevo la passione, una passione così forte che mi ha portata ad andare avanti, a lottare per poter continuare nel mio sogno. I miei genitori non mi hanno mai obbligata a fare scelte diverse, mi hanno sempre aiutata ad essere me stessa, ad inseguire le mie aspirazioni, i miei desideri. Sono entrata nella Nazionale di Calcio a 5; mi sarebbe piaciuto far parte della Nazionale a 11 ma la Federazione aveva scelto per me. Ricordo con piacere quel periodo: abbiamo giocato il Mondiale, siamo state in Ucraina, in Giordania, in Vietnam.

Giocavamo con il velo, a volte faceva davvero caldo ma la gioia di calcare un campo da calcio era immensa ed andava oltre ogni difficoltà ed ogni tentativo di dissuasione: ripenso a quando il Kuwait ci invitò a giocare, facendoci una buona proposta economica, ma la Federazione Iraniana ci vietò questa possibilità. Ma noi andavamo avanti. Io viaggiavo molto anche da sola, la mia famiglia non mi impartiva divieti.

Era il 2017, a marzo avevo due settimane di vacanze, per noi era Capodanno: andai a Zurigo, da amici. Ma anche là non potevo resistere lontana dai campi da calcio. Giocai con degli amici, in pantaloncini corti e senza velo. Ero felice, pensai di celebrare quel momento e di postare una foto su Instagram: il mio profilo era privato, pochi amici, la famiglia. Come ero solita fare durante le vacanze, spegnevo il telefono per riaccenderlo ogni tanto: dopo 3 giorni trovai un lungo elenco di chiamate senza risposta e tantissimi messaggi. Temevo per la salute di papà. Non potevo immaginare che quel momento avrebbe rappresentato il conto da pagare per essere una donna iraniana, la svolta del mio destino.

Mi avevano cercato le compagne di calcio, la federazione, oltre alla mia famiglia: avevo giocato con una squadra che era ritenuta contraria al regime. Ero scesa in campo senza velo, in pantaloncini e con degli uomini.

La mia famiglia fu interrogata, anche il governo prese posizione sulla mia “situazione”: non ero più una persona gradita in Iran.

Intanto iniziai a stare male: ebbi una crisi respiratoria. Fui ricoverata a Zurigo. Pensavo al mio Paese: negli ultimi dieci anni avevo costruito la mia attività, la mia vita. Avevo la mia famiglia, il mio fidanzato ed il mio cane Berandi.  A Zurigo non conoscevo la lingua, ero disorientata. Molti Paesi si mobilitarono per me. Iniziavo intanto a stare meglio, fui dimessa dall’ospedale, imparai il tedesco… che fatica!

Al mio fianco avevo un “angelo”: un avvocato, allenatore di calcio, che mi aiutava in tutto, portandomi ad allenare, dopo un lungo recupero fisico, una squadra di bambini.

Entrai ufficialmente nella black list del governo iraniano, insieme ad altri 10.000.000 – dieci milioni – di iraniani: politici, cantanti, sportivi, intellettuali…

Il governo svizzero non sapeva cosa fare: il visto sportivo non bastava più, era arrivato il momento di chiedere asilo politico. Ma non volevo. Era come ammettere che non sarei rientrata nel mio Paese, tra i miei affetti. Lasciai il mio fidanzato: una decisione comune, in fondo cosa potevo offrirgli, quando ci saremmo potuti rivedere? Non sapevo nemmeno cosa ne sarebbe stato di me.

Ma per la richiesta di asilo mi mandarono in Italia, dopo aver cercato di ricostruire una “nuova me” in Svizzera. Ricordo il calore degli amici, la mobilitazione di tutte le persone care che avevo conosciuto per farmi restare, ma non si poteva fare diversamente.

Grazie ad una conoscenza arrivai a Genova, da una famiglia americana.

Ricordo il giorno in cui andai in questura per la richiesta di asilo: ero in fila, in mezzo a molti altri immigrati, percepivo che non sarebbe stato semplice e che non c’era la volontà di accettarci. Arrivò il mio turno: non parlavano inglese e nemmeno tedesco, io non conoscevo l’italiano. Poi un poliziotto mi portò da una signora che conosceva l’inglese ed iniziò la mia avventura italiana.

Trascorsi due mesi in un campo per immigrati a Genova: se ci penso ora mi viene la pelle d’oca. Cercavo solo di sopravvivere, era una lotta di resistenza. Al mattino uscivo alle 6 per andare a correre in spiaggia, per respirare, per allontanarmi da quel posto. Nel frattempo la mia storia iniziava a girare, la gente imparava a conoscermi.

La Prefettura mi trasferì a Chiavari: da qui la mia nuova vita. Le suore mi ospitarono per tre mesi e poi trovai sistemazione con un’altra ragazza.

Molti furono gli incontri importanti, conobbi amici che mi aiutarono anche a riprendere gli allenamenti, a tornare ad essere una sportiva. Con la mia serenità, le mie sicurezze, i miei sogni, se ne era andata anche la mia salute, ero davvero a pezzi. Ero distrutta fisicamente e psicologicamente.

Ci ho messo un po’ ma mi sono ricostruita, piano piano. Con l’affetto ed il sostegno delle tante meravigliose persone che ho incontrato a Chiavari, che è diventata casa mia. Ora non posso allontanarmi un giorno che già sento la mancanza di questo posto, che mi ha accolta e che mi accompagna nel mio nuovo percorso.  In tutto questo periodo tra i miei desideri c’era sempre il prato verde, volevo tornare a giocare.

Iniziai ad allenarmi con il Genova Women ma non potevo giocare: la Federazione Iraniana non concesse il nulla osta. Così poi mi allenai con una squadra maschile, il Riese.

Non potevo allontanarmi troppo dal campo da gioco, così ebbi l’idea di fare il corso per arbitri ma anche arbitrare era una sofferenza per me. Io volevo giocare!

Approdai all’Entella, dove sono oggi. Allenai i pulcini, poi i ragazzi del 2009 ed ora quelli del 2012. Intanto seguo il corso UEFA C. Mi piace molto stare con i bambini, quello che faccio mi dà gioia e grande soddisfazione. Ma il mio sogno resta sempre giocare.

Da oltre tre anni non vedo la mia famiglia, i miei amici. Sembrerà assurdo ma mi manca terribilmente il mio cane. Mio fratello lavorava per il Comune e, dopo quello che è successo, è stato licenziato. Stessa sorte per mia sorella: allenava una squadra di calcio ma è stata allontanata. Sento la colpa di tutto questo, è pesante.

Cosa significa essere donna in Iran? Vuol dire vivere l’Inferno. Una donna non può andare in bici, non può andare in moto, non può andare allo stadio ma può guidare, sempre con il velo perché, se ti cade il velo, rischi una multa. Una donna non può fumare e non può bere fuori casa, ma questo è naturale. Uomini e donne frequentano classi separate a scuola, anche in piscina ci sono zone riservate.

So quanto sia importante la mia storia per dare un messaggio di speranza, so che potrei fare molto per aiutare le donne del mio Paese ma il prezzo da pagare per portare avanti con libertà le proprie idee è troppo alto, soprattutto se la tua famiglia è ancora là.

Sono tantissime le donne che combattono ogni giorno, che protestano, rischiando la propria vita: oltre il 40% di loro è in carcere. Uscire dall’Iran per cercare un’alternativa, per cercare una vita diversa è molto complicato.  Invece è molto semplice uccidere una donna perché ha commesso qualche “reato”. Oggi è un reato anche che una ragazza esca con un ragazzo e sono in aumento i casi di padri che uccidono le figlie per questo motivo.

All’interno della famiglia le bambine e le ragazze non hanno sempre lo stesso trattamento, ogni situazione è diversa. Dipende dalla zona in cui nasci, dal contesto ambientale e culturale dei tuoi genitori, dal loro modo di pensare e di considerare il futuro. Io sono stata molto fortunata: la mia famiglia è sempre stata molto aperta, ho ricevuto una educazione che mi ha permesso una discreta libertà, mi hanno lasciato tutti i miei spazi.

Qui in Italia sto bene, ho voglia di crescere, di imparare, di studiare, di andare all’Università ma alla mia vita, ora, mancano le radici.