Intervista a Stefano Sorrentino, ex portiere di Torino, Chievo e Palermo

di Bianca Maria Mettifogo

 

È una vita dedicata al calcio la sua: Stefano Sorrentino, 41 anni, ex portiere di Torino, Chievo e Palermo, è figlio d’arte e fin da bambino conosce una sola grande passione, il calcio (e le figurine!).

Niente e nessuno potranno distoglierlo dal suo sogno, che diventerà presto anche il suo lavoro. Ma se in campo Stefano è circondato dai colleghi, nella vita privata sono le donne a riempire le sue giornate: 4 figlie, Carlotta, Matilda e Maria Vittoria nate dal primo matrimonio e Viola, la più piccola, avuta dalla seconda moglie.

 

Quanto è difficile vivere in questo universo tutto al femminile?

“E’ sicuramente difficile ma allo stesso tempo è molto stimolante”, ci racconta Stefano. “Persino il cane è femmina, sono proprio l’unico uomo! Viviamo a Torino e tutti vicini: in questo modo posso stare con le mie figlie e vederle crescere. Hanno età differenti (7, 10, 11 e 15 anni) e quindi esigenze e richieste diverse. Ogni tanto c’è da combattere ma è un modo per mantenermi giovane. Qualche volta è più faticoso: la mia generazione aveva più stimoli, passioni, non c’era internet e non esistevano i social: mi sembra che perdano il loro tempo ma so di essere io a dovermi adeguare”.

 

Le tue ragazze stanno crescendo e presto si troveranno a dover scegliere il loro futuro: se ti dicessero di voler intraprendere delle carriere non considerate “da donne”, come reagiresti?

“Io non vedo differenze tra carriere, non penso ci siano lavori da uomini o da donne. Loro sanno che dovranno avere passione per quello che faranno, metterci tutto il loro impegno. Io posso sostenerle, aiutarle a capire nel momento in cui si troveranno in difficoltà, spiegare loro che magari il percorso scelto non è il più facile ma devo lasciarle libere di agire ed anche di sbagliare.  Sono scelte individuali. Ma, ribadisco, non faccio differenze. Si pensi al calcio femminile: uno sport considerato da sempre maschile che si sta facendo apprezzare e sta crescendo in numeri e visibilità”.

 

A proposito di calcio femminile, un anno fa le nostre Azzurre erano impegnate nel Mondiale di Francia: credi che arriverà presto a conquistare i risultati che sta perseguendo?

“Il calcio femminile è sempre esistito, purtroppo la notorietà è arrivata tardi ma è uno sport che sta raccogliendo intorno a sé un grande interesse, più di altri sport considerati prettamente femminili”.

 

Non ci sarebbero quindi problemi se le tue figlie di dicessero di voler giocare a calcio?

“No, certo che no. Come ho detto prima, loro devono essere libere di scegliere. Al momento hanno intrapreso sport diversi ma non sarebbe assolutamente un problema”.

 

Stefano si racconta e ci racconta episodi della sua vita familiare e la gioia di vedere intorno a sé queste “piccole donne” crescere. Ma oltre ad un padre, Stefano è un calciatore, infatti gioca ancora come dilettante.

 

Facciamo un passo indietro, a quando giocavi da professionista: sappiamo che il calciatore è da sempre protagonista di molti stereotipi. Alcuni, tra i più consueti e banali lo vedono affiancato sempre da donne bellissime e spesso del mondo dello spettacolo, oppure con auto lussuose ed uno stile di vita ogni tanto sopra le righe. I calciatori vengono spesso additati per la loro condotta e per le loro scelte anche perché la popolarità di cui godono li mettono ogni momento sotto i riflettori. Ci sono stati degli stereotipi che ti hanno maggiormente ferito o infastidito?

“Certo, ci sono un sacco di stereotipi che coinvolgono i calciatori che possono dar fastidio. Anche perché spesso chi parla non sa bene dove vuole arrivare puntando il dito contro. Me ne sono reso conto anche durante il lungo e difficile momento del lockdown per il Coronavirus: i calciatori sono stati presi di mira per gli stipendi, per voler o non voler giocare, la gente strumentalizza ogni cosa senza rendersi bene conto di quello che dice. Non si capisce che il calcio non è solo “il calciatore”: il calcio è molto di più. È fatto di persone che lavorano, di hotel che ospitano, di tifosi che vanno allo stadio. È complicato a volte replicare a chi ha già deciso che il luogo comune deve averla vinta”.

 

Anche la vita di tutti i giorni è intrisa di stereotipi, soprattutto quelli che riguardano uomini e donne fin dalla più tenera età: come hai insegnato alle tue figlie a superarli? Sei preoccupato per gli uomini che potranno incontrare?

“Abbiamo sempre cercato di spiegare alle ragazze cosa c’è fuori dalla porta: loro vivono in un contesto “fortunato” ma cerchiamo di insegnare loro a guardare il mondo. Credo sia molto importante parlare con i nostri figli ma, soprattutto, far parlare loro e mettersi in ascolto. Devono fare le loro esperienze e poter commettere degli errori ma devono sapere che nei genitori troveranno sempre un sostegno, un aiuto e potranno sempre fidarsi”.

 

Bisogna dare messaggi importanti ai giovani e soprattutto è necessario farlo con l’esempio: secondo te, il calcio può trasmettere alle nuove generazioni una sensibilità maggiore nei confronti dei temi sociali, il rispetto per il prossimo, l’impegno contro la violenza di genere?

“Io credo che il calcio possa fare molto: è un viatico fondamentale. È uno sport molto seguito, abbraccia tutte le fasce d’età e riesce a parlare a tutti. Quindi sono convinto sia un canale da sfruttare al meglio per parlare ai giovani. Dal razzismo alla violenza di genere, dall’omosessualità ad altre problematiche sociali: si possono mandare messaggi, creare iniziative, sensibilizzare in svariate forme.

Certo, ci vuole più coraggio, bisogna riuscire a schierarsi per portare avanti il proprio pensiero, senza paura.

Personalmente ero convinto che tutto quello che è successo con il Covid-19 avrebbe cambiato le persone, le avrebbe migliorate in qualche modo ed invece vedo che molti si sono induriti, non percepisco ancora quel riscatto positivo che avevo immaginato. E quindi, a maggior ragione, dobbiamo perseguire le nostre convinzioni con determinazione”.

 

Stefano, alla fine di questa piacevole chiacchierata, rimane un dubbio: si sta meglio in campo tra soli uomini o a casa circondato da donne?

“Eh… durante la quarantena ho dovuto, come tutti, fermarmi, e ho riassaporato il piacere di stare a casa, con la famiglia, con gli affetti, facendo magari delle piccole cose ma tutti insieme. Per uno come me, abituato a vivere fuori casa, devo dire che è stato piacevole… e poi alla fine, si sta meglio con le donne… forse!”.